1 Aprile 2025 - 8.59

Fine della “fabbrica della cittadinanza”? Almeno lo si spera

Credetemi che a volte mi rendo conto di essere quasi ossessivo in questa mia continua segnalazione di quanto i nostri politicanti possano essere inadeguati al loro compito, in quanto interessati più ai piccoli meschini interessi del proprio Partito piuttosto che a quelli generali del Paese.

Ma non è colpa mia; sono loro ad essere non all’altezza.

Mi tocca quindi ritornare per l’ennesima volta a parlare del riconoscimento della cittadinanza italiana a persone i cui ascendenti si perdono nella notte dei tempi, addirittura quando l’unità d’Italia non era ancora compiuta (la cittadinanza fino a venerdì scorso poteva essere trasmessa anche per vie molto remote, purché si potesse dimostrare un legame con un antenato italiano in vita al momento dell’unità nazionale, nel 1861)

Non vi ripeterò quello che ho già scritto in tre pezzi (https://www.tviweb.it/elezione-diretta-del-premier-e-voto-degli-italiani-allestero/) – (https://www.tviweb.it/dal-brasile-la-carica-di-300mila-nuovi-veneti-quasi-trentamila-domande-ognuna-con-10-richiedenti/) – (https://www.tviweb.it/linarrestabile-assalto-degli-oriundi-al-passaporto-italiano/ ), ai quali vi rimando qualora  desideriate avere in quadro completo ed approfondito della problematica. 

No, oggi parleremo del Decreto Legge approvato venerdì 28 marzo dal Governo, con cui si cerca finalmente di mettere un freno allo scandalo della “fabbrica dei passaporti” concessi a discendenti (molto alla lontana) di emigrati che non parlano italiano né hanno intenzione di trasferirsi nel BelPaese, ma che alla fine  all’anagrafe contano, e saranno chiamati a votare alle prossime elezioni.

Basti dire che, grazie a questo “mercato” consentito dalla legge, negli ultimi anni gli italiani residenti all’estero sono passati da 4, 6 milioni a 6,4 milioni; in Sudamerica da 800.000 e due milioni. 

Come accennavo, questa è gente che con l’Italia attuale non c’entra nulla; per loro l’italianità è come un’assicurazione sul futuro, un jolly per eventuali tempi di crisi (ricordo che dopo il default del 2001 gli argentini hanno invaso l’Europa grazie al passaporto italiano).

Come sempre accade in virtù della legge della domanda e dell’offerta, di fronte ad una abnorme richiesta di passaporti tricolore, sono nate agenzie specializzate (in Brasile sono più di 50), che sono arrivate a farsi una concorrenza spietata fra di loro, con promozioni come il “Black Friday della cittadinanza”, sconti per il passaporto che “apre le porte del mondo”.

Vi sembra che esageri?

Prendetevi cinque minuti ed accedete solo per fare due esempi al sito “Avanti Cidanania” il cui slogan è “Realizza il tuo sogno di   cittadinanza italiana con chi ha a cuore la tua storia” (Realize o sonho de cidadania italiana com quem valoriza a su història), oppure “Malizia Cidadania” con slogan “Tire sua cidadania italiana con Assessoria da malizia”.

Nel sito della  “Zanlorenzi Cidadania” c’è scritto: “Circa il 15% della popolazione brasiliana è nelle condizioni di ottenere la cittadinanza italiana, per origine o per matrimonio” (sic!).

“Diventi italiano – si legge nei siti – restando comodamente a causa tua. Facciamo tutto noi! Servizio completo, dalla ricerca dei documenti negli archivi fino alla presentazione della domanda.” “Abbiamo avuto più di 500 sentenze positive in un anno e potete pagare in sette comode rate senza interessi”. 

Il business indubbiamente c’è, visto che ogni pratica costa fino a 5.000 euro, costi assorbiti dai legali e traduttori tra l’Italia e il Brasile.

Nei miei editoriali sopra citati vi avevo segnalato che questa normativa demenziale, unica nel panorama delle Nazioni civili, esponeva il Paese a due rischi concreti. 

Il primo rischio è per il Welfare, che potrebbe collassare se questi nuovi italiani decidessero di venire in massa a farsi curare da noi. Il secondo riguarda la ventilata riforma costituzionale per introdurre il Premierato all’italiana. Con l’elezione diretta ogni singolo voto conta; il risultato finale potrebbe quindi il dover dipendere dalle scelte dell’esercito dei nuovi italiani, che in genere non parlano la nostra lingua e non conoscono il quadro politico nazionale.

E, aggiungo, non hanno mai pagato, e non pagano, un euro di tasse all’Italia!

E’ chiaro che la riforma votata dal Governo mira ad arginare un fenomeno che, oltre che congestionare gli uffici amministrativi e giudiziari italiani, spesso sotto pressione a causa del numero di richieste, si prestava a vere e proprie attività criminali finalizzate alla commercializzazione dei passaporti.

La nuova normativa mi sembra equilibrata e ragionevole.  

Pur non abolendo il ius sanguinis, stabilisce che la cittadinanza automatica sarà riconosciuta solo ai figli o ai nipoti di cittadini italiani nati in Italia. 

In sostanza, si restringe l’accesso a sole due generazioni successive all’emigrazione; al massimo ai nonni per capirci.

Si prevede anche, in una seconda fase, l’introduzione di un obbligo di mantenere un legame attivo con l’Italia: i cittadini nati e residenti all’estero dovranno esercitare almeno una volta ogni 25 anni i propri diritti o doveri civici (per esempio,  votando o rinnovando i documenti) per mantenere la cittadinanza (trovo questi 25 anni oggettivamente troppi)

Guardate, per esperienza personale so che la politica si muove solo quando ci sono valide motivazioni, o interessi,  che la coinvolgono.

E così sono certo che questa riforma deriva dal fatto che Giorgia Meloni, e la parte più avveduta del ceto politico, hanno capito che in questa fase di difficoltà per il Servizio Sanitario Nazionale un eventuale assalto di “oriundi” ai nostri ospedali darebbe luogo a dure reazioni dei cittadini (quelli veri), e dall’altro che l’eventuale introduzione del Premierato con una platea di elettori incontrollabili sparsi per il mondo sarebbe un vero azzardo.

A quanto è dato sapere, in Consiglio dei Ministri il Decreto Legge è passato senza problemi all’unanimità.

Quindi riforma a mio avviso positiva ed apprezzabile, approvata da tutta la maggioranza.

Ma per non smentire mai che siamo un mix fra “la Repubblica di Pulcinella” e “la Repubblica dei quaquaraquà”, il giorno dopo da esponenti della Lega e dei “Moderati per l’Italia” (che al loro interno hanno anche il Maie- Movimento associativo italiani all’estero, con qualche deputato) si sono levate proteste e richieste di modifiche alle nuove norme.

Con motivazioni come questa proposta da un consigliere regionale veneto: “Con questo provvedimento si dice ai figli di questi uomini e donne coraggiosi che li disconosciamo come fratelli, il tutto per camuffare l’incapacità di gestire i processi di riconoscimento e limitare le “frodi nei passaporti”.

Lascio a voi ogni giudizio su queste argomentazioni.

Il mio credo lo abbiate capito; ma permettetemi di aggiungere che, pur con tutto il rispetto dovuto a quei veneti, lombardi, friulani, piemontesi, abruzzesi ecc. che oltre 150 fa hanno scelto di andarsene dall’Italia in cerca di fortuna e di una vita migliore, analogo rispetto (e per me addirittura maggiore) va riconosciuto a coloro che hanno invece scelto di restare, magari mangiando “polenta a renga”, grattandosi per la pellagra, vivendo una vita magra e stentata, ma che hanno accettato le sfide ed hanno contribuito a far crescere  i nostri territori, facendoli diventare  fra i più ricchi d’Europa.

Concludendo, trovo equilibrata la scelta dell’Esecutivo di mantenere il diritto alla cittadinanza iure sanguinis, però esteso solo fino ai nonni.

Andare indietro, come consentito fino a venerdì scorso, fino ai “Mille di Garibaldi”, era semplicemente demenziale.

Umberto Baldo

VIACQUA

Potrebbe interessarti anche:

VIACQUA