31 Marzo 2025 - 9.30

Giorgia Meloni auto nominatasi “pontiera” fra Ue e Usa loda J.D. Vance

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Umberto Baldo

Un’intervista al Financial Times viene considerata un po’ come un esame di laurea per un leader, una sorta di consacrazione internazionale, che conferisce al politico un marchio di credibilità e autorevolezza, segnalando che le sue opinioni sono considerate importanti e degne di attenzione.

E ciò perché il Financial Times è uno dei giornali economici e finanziari più influenti al mondo, con un pubblico di lettori globali che include investitori, politici, imprenditori e  opinion leader;  un quotidiano noto per il suo giornalismo rigoroso e indipendente, e per la sue analisi approfondite delle questioni economiche e politiche.

Non è quindi un caso se, in questa fase piuttosto turbolenta, Giorgia Meloni abbia scelto il FT  per presentare le proprie idee e le proprie politiche ad un pubblico globale di alto profilo, e per cercare di consolidare la propria reputazione come leader influente e credibile.

Che ci sia riuscita è tutto da dimostrare, ma per il nulla che conta, il mio giudizio è di forte perplessità. 

Perché?

Da un lato per l’impostazione di fondo dei suoi ragionamenti, e dall’altro per l’adesione e l’aperto sostegno alle idee di Trump, e soprattutto di J.D. Vance, che sicuramente sarebbe stato meglio evitare.

Vediamone alcuni.

La premier ha liquidato come “infantile” e “superficiale” la posizione di chi pensa che a questo punto si debba scegliere (sull’Ucraina, sulle politiche di difesa, sui dazi: cioè praticamente su tutto, Groenlandia compresa) tra gli Stati Uniti e l’Europa (e gli altri Paesi dell’ex blocco occidentale), sostenendo che il ruolo dell’Italia è quello di  cercare di ridurre la frattura fra le due sponde dell’Atlantico, a suo avviso determinata dalla malevolenza politica degli europei, e non dalla programmata demolizione dell’alleanza euro-americana da parte della Casa Bianca.

Questa posizione non mi ha stupito più di tanto perché fin dall’inizio del suo mandato Meloni ha lavorato per ritagliarsi uno standing internazionale come nessun Presidente del Consiglio prima. E la cosa le era in parte anche riuscita, grazie alla sua scelta di una linea ferma di sostegno all’Ucraina, ma soprattutto sfruttando la contemporanea crisi di leadership di Joe Biden, Emmanuel Macron, Rishi Sunak, Olaf Sholz e anche di Ursula von der Leyen.

Era cioè riuscita ad imporre l’immagine di una leader giovane e grintosa, in grado di brillare nel contesto internazionale. 

Con l’avvento di Trump e l’inizio della sua politica anti-europea, la nostra Premier si è inventata, sicuramente credendoci, un fantomatico ruolo di “ponte” fra l’Europa e gli Usa.

Ma il sogno di essere la “pontiera” è durato come il Shakespeariano “Sogno di una notte di mezza estate”, vale a dire un paio di settimane. 

Per il semplice fatto che la drammaticità della situazione da un lato ha provocato l’attivismo di leader di Nazioni più strutturate, come la Francia e l’Inghilterra (fra l’altro membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu), e dall’altro richiede scelte chiare, mentre lei non sa, o non può per condizionamenti interni, decidere nulla.

Probabilmente essersi autonominata “pontiere” le faceva pensare, e sperare, che un Trump padrone del mondo l’avrebbe potuta ricompensare sul piano economico.

A mio avviso un calcolo non solo cinico, ma scritto sul nulla perché, restando in mezzo al guado, la premier diventa inutile sulla scena internazionale, e non ha carte da giocare nemmeno sul piano interno.

Quando poi, sempre nell’intervista, ha dichiarato “Sono una conservatrice. Trump è un leader Repubblicano. Sono sicuramente più vicina a lui che a molti altri, capisco un leader che difende i suoi interessi nazionali”, mi viene naturale chiedermi: ma a quali repubblicani si riferisce la Meloni; a Washington, a Lincoln, ad Eisenhower, a Reagan, ai Bush?  Perché Trump e la banda che attualmente siede alla Casa Bianca più che alla tradizione del Grand Old Party sembrano appartenere ad una cosca di gangster!

Ma l’errore più grave secondo me è stato quello di essersi dichiarata d’accordo con le posizioni pesantemente assunte a Monaco dal Vice Presidente J.D Vance, quando ha addirittura attaccato l’Europa sui valori della democrazia (vi rimando al mio pezzo https://www.tviweb.it/attenti-a-vance/).

Ci sono indubbiamente altre incongruenze nelle attuali posizioni (ammesso che tali si possano chiamare, piuttosto che tatticismi) della Premier italiana.  

E’ evidente che per la netta contrarietà di Salvini le è preclusa qualsiasi possibilità di aderire alla iniziative dei cosiddetti “volonterosi” guidati da Inghilterra e Francia, ma insistere nel dire che la proposta di caschi blu in Ucraina  può essere approvata al Palazzo di vetro,  io lo trovo addirittura surreale. 

Figuratevi se la Russia, che in Consiglio di Sicurezza ha il diritto di veto, avallerebbe mai un’iniziativa del genere; e non credo che la Cina si comporterebbe diversamente. 

Io non so se la Premier abbia letto con la dovuta attenzione le chat rivelate dall’Atlantic, in cui compaiono J.D. Vance e altri membri dell’amministrazione scambiarsi compiaciute affermazioni di chiaro  disprezzo per noi europei.

Giudizi di una gravità inaudita, perché non si trattava di chat di studenti in gita scolastica, ma dei maggiorenti dell’Amministrazione Usa.  Tutto poi confermato pubblicamente da Trump.

Questi “bulli”  definiscono noi europei parassiti, scrocconi, free-rider. 

Parole pesanti, ma vi ho già detto che se si riferiscono in particolare ai costi della Nato, sapete che su questo do loro ragione.

Se, al contrario, per parassiti si intende che non ci si possa fidare dell’Unione europea, perché nata per “fregare” gli Stati Uniti, allora il discorso cambia radicalmente, ed ogni reazione europea è comprensibile e legittima.

In politica fare i profeti è sempre un’attività rischiosa.

Ma qualche previsione si può anche provare a farla.

Io partirei da alcuni dati di fatto.

Le due potenze nucleari europee, Francia e Gran Bretagna, sebbene quest’ultima dopo la Brexit non faccia parte dell’Ue, stanno tentando di assumere un ruolo di guida. E in Germania la vittoria dei Popolari delinea una coalizione di unità nazionale, determinata a riarmare la nazione contro la minaccia russa e l’approccio antieuropeo degli Usa.

Quanto al riarmo, lo pretende Trump, la Germania ha deciso di farlo, e lo farà, nonostante in Italia sia i seguaci entusiasti del nuovo Presidente americano sia gli europeisti vecchia maniera resistano, nicchino, tergiversino, cavillino.

Rispetto a questo cambio radicale, Palazzo Chigi si muove con una circospezione che alcuni tendono a interpretare, a torto o a ragione, come debolezza o ambiguità strategica.

Ma a ben guadare è tutto in linea con la tradizione: infatti l’Italia è entrata in entrambe le guerre mondiali con un’alleanza e ne è uscita con un’altra, ma soprattutto, e qui l’assonanza diventa palpabile, sia nel 1914 che nel 1939, prima di gettarsi nella mischia, ha atteso; prima ha visto come girava la giostra, e poi si è buttata.

Certo ci sono problemi di bilancio nell’aderire al piano di riarmo, ma credo che la Premier sia in qualche modo bloccata da bassi problemi di politica interna, che vedono uniti in un “pacifismo” di maniera Salvini e la Schlein, Conte e Comunione e Liberazione, Fratoianni e Sant’Egidio.

Non è una novità; storicamente tutte le correnti culturali della società italiana sono sempre state caratterizzate da una tradizione “neutralista”, che nella specie ha portato a concepire l’Unione Europea che un’occasione per stare in mezzo al guado, cercando di lucrare i vantaggi ma rifiutandone i costi anche politici (un po’ come fanno i cittadini che usufruiscono dei servizi dello Stato ma non pagano le tasse). 

Può fare tutte le interviste al FT che vuole Giorgia Meloni, ma se continuerà a tenere una posizione ambigua ed inconcludente, i partner comunitari si fideranno sempre meno, e finiranno per emarginarla.  A meno che, e questa può essere un’altra interpretazione, l’Italia, in accordo con Trump, non voglia svolgere il ruolo di “cavallo di Troia” degli Usa all’interno delle Ue; per la serie essere dentro e cercare di influenzare le scelte è meglio che essere completamente fuori dal circolo che decide.

Chiudo osservando che siamo sempre un Paese unico. Mentre nel mondo succede quel che succede, noi ci chiediamo se Prodi abbia tirato o meno i capelli a una giornalista, o se quel che ha detto Salvini sia tattico o strategico. Chiacchiere inutili che servono solo per avere un voto in più alle prossime regionali.

Il fine è chiaro; distogliere noi italiani dai problemi veri, dando l’impressione che ci sia una Premier capace di decidere per il meglio; purtroppo bisogna prendere atto che non è così.

Con rischio che, dopo ottant’anni, l’Italia perda  la sua dignità di alleato per diventare “suddito” di Trump. Un “suddito” obbligato ad obbedire, forse senza neppure più diritto di parola.

Umberto Baldo

VIACQUA

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