L’Italia è un Paese che non sa più indignarsi

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Umberto Baldo
Lasciamo perdere per un momento le problematiche di politica internazionale; le guerre in corso con i loro strascichi di morti e distruzioni, l’avvento di Donald Trump e delle sue politiche miranti a destabilizzare l’ordine mondiale, i timori di una nuova guerra planetaria, e quant’altro contribuisca a turbare i nostri sonni.
No, concentriamoci sulle cosiddette “vicende nazionali”, sui fatti che accadono ogni giorno nel nostro Paese, e che ci vengono riferiti da giornali e social.
Bene, scorrendo il giornale ogni mattina ci si trova di fronte a notizie che dovrebbero farci balzare sulla sedia.
Solo per fermarci a qualche notiziola di questi giorni, leggiamo di Ministri che rischiano di essere rinviati a giudizio per “truffa ai danni dello Stato”, o accusati di essersi laureati godendo di qualche facilitazione (ovviamente per tutti vale la presunzione di innocenza eh), oppure che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) ha riferito che a fine 2024 l’insieme di tasse non versate, contributi non pagati, e multe non saldate, aveva superato i 1.865 miliardi di euro, in aumento del 36,5 per cento rispetto al 2019.
Chi mi conosce, e mi legge, può forse avere il dubbio che io abbia in qualche modo una “fissa”, quella dell’ “indignazione”, intesa come capacità di un popolo di reagire, meglio di esercitare in qualche modo un controllo critico nei confronti dell’operato della classe dirigente, considerata in senso ampio, non solo limitatamente ai politici.
Si, forse è vero, ma cosa volete io non riesco a capacitarmi che nella società civile italica si sia ormai consolidata una sorta di acquiescenza, di lassismo morale, di accondiscendenza, e più in generale di rassegnazione e stanchezza.
Non considero tale l’indignazione che trabocca dai social media, non solo perché è fine a se stessa, ma anche perché è tra i principali motori della diffusione di fake news.
Perché la penso così?
Ma perché assistiamo sempre più a casi di malapolitica, di questione morale disattesa, di scandali, di malversazioni, senza che ci sia una reazione corale di tutti noi, a parte i soliti politici, che però utilizzano queste sgradevolezze non per sviluppare un’analisi impietosa della nostra società al fine di migliorarla, ma semplicemente per dare addosso alla controparte partitica, per di più con il vezzo molto diffuso secondo il quale “le leggi per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano”.
Come accennato, il problema è che la lotta politica si è talmente incanaglita, che di fronte a certi fatti, a certe porcherie, l’obiettivo non pare quello di voltare pagina e rendere impossibili certi comportamenti nel futuro, bensì quello di presentare la classica inutile “mozione di sfiducia” contro il Ministro in difficoltà, con l’unico obiettivo di lucrare visibilità e consenso.
Guardate, io non sono convinto che siamo improvvisamente diventati tutti cinici, ma purtroppo la domanda che viene spontanea è: ma perché noi italiani non riusciamo più ad indignarci?
Perché l’immoralità diffusa ed il malaffare sembrano scorrerci sulla pelle come la pioggia?
Capite bene che non è facile dare una risposta esauriente, ma soprattutto convincente.
Ma qualcosa deve pur essere accaduto, qualche virus deve aver aggredito le difese immunitarie della nostra società civile.
Chiarisco che per me l’indignazione è un’emozione che nasce, individualmente o collettivamente, in seguito al verificarsi di un evento o di un comportamento che va contro le convinzioni dell’individuo. Si tratta di un’emozione che spinge all’azione, che stimola a uscire dal proprio nucleo privato e riservato per entrare nell’ambito pubblico per fare sentire la propria voce, e manifestare la propria contrarietà.
L’unica risposta che riesco a darmi è che tutti noi siamo stati in certo qual modo “mitridatizzati”, ma badate bene che sono convinto che in qualche modo ciascuno di noi abbia contribuito a questa mitridatizzazione collettiva.
Mi spiego meglio.
Io penso che siamo tutti più o meno intimamente consapevoli del fatto che il disastro nel quale si agita il nostro Paese l’abbiamo creato noi stessi, ognuno di noi, spesso senza nemmeno rendercene conto, anno dopo anno, giorno dopo giorno, con i nostri comportamenti.
Ad esempio tutti abbiamo avuto e abbiamo una quota di responsabilità per la situazione di dissesto nelle finanze pubbliche.
Chi più chi meno ci abbiamo messo tutti un po’ del nostro: chi non ha mai pagato le tasse e colui che se le è ridotte, diciamo così, di sua iniziativa, sapendo che la politica prima o poi avrebbe concesso un condono per qualunque tipo di abuso. Chi grazie ad un amico medico compiacente ha fatto ottenere l’invalidità al genitore anziano, o sfrutta indebitamente la Legge 104. Il professionista che ha ottenuto una consulenza pubblica che forse non gli spettava o che forse non meritava. Tutti coloro, commercianti, baristi, panettieri, calzolai, idraulici che non hanno mai emesso uno scontrino o una fattura, o ne hanno emessi talmente pochi da avere un Isee quasi da indigente. Quello che lavora alla Asl, o che ha il cugino usciere al ministero, o la sorella impiegata alla Comunità montana, o il fratello autista alla municipalizzata, o la cognata cassiera in banca – e tutti sono stati assunti, non per merito o titoli, ma perché un politico o un sindacalista ha dato loro la classica spintarella. Quello che in barba alle norme edilizie ha ampliato la casa, o costruito dove era vietato.
Per non parlare del professore universitario che ha fatto vincere il concorso da ricercatore alla moglie, al figlio o alla nipote; tutti quelli che sono andati in pensione con 14 anni sei mesi e un giorno di contributi; chi è finito da anni in cassa integrazione e lavora in nero.
E ancora i professionisti che pretendono in nero metà del compenso dai loro clienti, il commercialista che vive di perizie grazie alle giuste amicizie in tribunale, il geometra bravo a far approvare velocemente le pratiche in Comune ungendo chi di dovere negli uffici competenti ecc. ecc.
Potrei continuare ancora a lungo, ma guardate che non sto esagerando, o offrendo uno spaccato denigratorio del Paese.
Coloro che guardano la realtà con onestà non possono negare che l’Italia è in larga parte così.
Un Paese nel quale tutti si sono fatti, e si fanno ancora, gli affari propri alle spalle del prossimo, nella convinzione soggettiva di essere furbi, di non star facendo in fondo nulla di male, di fare quello che fanno tutti, e così auto giustificandosi ed autoassolvendosi.
E’ evidente che dopo decenni di lassismo, di condoni, di “paci sociali” pagati con i soldi dello Stato (cioè di noi contribuenti) il conto sia arrivato, e ovviamente salato.
Che il Belpaese sia sempre stato indulgente con i “furbi” è un dato di fatto, ma secondo me c’è stata una progressiva caduta verso il basso.
Il Fronte dell’Uomo Qualunque fu fondato nel 1946 e mandò propri rappresentanti in parlamento; il lancio di monetine a Craxi fuori dall’hotel Raphael accadde nel 1993; il fortunato libro “La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili” è del 2007.
La verità e che noi italiani sappiamo essere molto severi con la nostra classe politica, specie se di opposta fazione, o verso cavalli azzoppati della propria scuderia, ma siamo altrettanto indulgenti verso noi stessi.
Ecco spiegato, a mio avviso, perché non siamo inclini a scendere in piazza in massa a spaccare le vetrine, o a dar fuoco o ad assaltare gli edifici pubblici, come talvolta fanno ad esempio i francesi.
Perché se lo facessimo, dovremmo vergognarci come cani.
E quindi non è il senso di responsabilità a trattenere la nostra rabbia, che pur è presente in alcuni strati della popolazione, ma quel che ci resta di senso della decenza.
Ecco perché sono sempre molto scettico quando sento parlare di «caduta dei valori», «decadenza dell’etica», «capitolazione della morale», «crisi della politica”.
Perché a ben vedere degli intrecci tra affari e politica, della corruzione, del pizzo, della guerra del diritto contro il privilegio, dell’equità contro l’ingiustizia, dei talenti contro i parenti, nessuno sembra scandalizzarsi più.
Quindi, cosa si può fare?
Ben poco se non si riesce in qualche modo a rivitalizzare il “senso civico” o se preferite il “senso dello Stato”, cominciando dalle piccole cose, come il far capire ai più piccoli che lo Stato è anche la panchina del parco, che non va rotta, o la piazza che non va scambiata per una pattumiera.
Quindi va benissimo indignarsi, perché un popolo senza voce non ha futuro.
Però le parole non bastano più; occorre anche impegnarsi, perché serve il ripristino degli ideali, morali, religiosi, estetici o di altra natura, ben miscelati, senza esagerare negli ingredienti.
Cominciando ad esempio dal pretendere dai Partiti che se un loro esponente viene in qualche modo sfiorato da un sospetto, o peggio interessato da atti giudiziari, abbiano la decenza di imporre un passo indietro.
In altre parole il tempo dei distinguo, delle buone intenzioni è finito.
A questo punto l’indignazione di massa è l’unica arma che ci resta per cercare di risalire la china.
E badate bene che indignazione non vuol dire necessariamente rivolta violenta!
Ma serve anche un diverso approccio da parte di ciascuno di noi, da un lato riacquistando l’orgoglio di essere cittadini, e dall’altro facendo propria la famosa frase di J.F. Kennedy: “ Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”.
Umberto Baldo