Vicentino – Genitori imbarazzanti impediscono alle figlie di portare la gonna in una rappresentazione storica

Genitori vietano le gonne in una rappresentazione storica: polemiche in una scuola del Vicentino
In una scuola media del Vicentino, di cui non faremo il nome per tutelare la privacy degli alunni, si è verificato un episodio tanto singolare quanto indicativo di un certo atteggiamento iperprogressista che rischia di sfociare nel paradosso. Alcuni genitori di una classe hanno infatti protestato contro la decisione della scuola di far indossare delle gonne alle alunne per una rappresentazione storica-musicale ambientata nell’Ottocento, nel periodo asburgico. La segnalazione arriva da un papà indignato per la presa di posizione di altri genitori.
Le lamentele si sono concentrate sul presunto obbligo di indossare un capo di abbigliamento “non inclusivo” e “datato”. Secondo i genitori contrari, il solo fatto di richiedere alle studentesse di portare una gonna nel 2025 equivarrebbe a una forma di imposizione sessista e retrograda, inadatta a un’educazione moderna.
Il caso ha generato sconcerto tra insegnanti e altri genitori, sorpresi dall’opposizione a un semplice costume di scena. Come è semplice notare, la rappresentazione in intendeva imporre un codice di abbigliamento nella vita quotidiana delle ragazze, ma rispettare un’ambientazione storica. Se la rappresentazione si fosse svolta nell’antica Roma, avremmo forse dovuto far indossare i jeans ai figuranti per non offendere nessuno?
L’episodio appare come un ulteriore esempio di iperprogressismo ottuso e tossico, tanto dannoso quanto il tradizionalismo ottuso o il fondamentalismo reazionario, dove l’ossessione per un’uguaglianza portata all’estremo finisce per negare la realtà storica e culturale. L’intromissione dei genitori nelle attività didattiche con una visione distorta delle dinamiche educative rischia di compromettere l’apprendimento e l’esperienza formativa dei ragazzi.
Non si tratta solo di ignoranza storica, ma di una totale mancanza di empatia nei confronti del teatro e della recitazione, in cui il costume è parte integrante della messa in scena. Così come un attore interpreta un ruolo senza che questo implichi un’adesione ideologica ai costumi dell’epoca rappresentata, allo stesso modo un’alunna può indossare un abito d’epoca senza che questo abbia un significato di costrizione o discriminazione di genere.
Se il trend di interferenze genitoriali di questo tipo dovesse continuare, cosa accadrà in futuro? Bandiremo le rappresentazioni storiche per paura di offendere qualcuno? Renderemo neutri tutti i costumi di scena? O peggio, rinunceremo del tutto al teatro scolastico per evitare ogni possibile polemica?
L’episodio è solo l’ennesima dimostrazione di un fenomeno sempre più diffuso: l’eccessiva ingerenza dei genitori nei percorsi educativi dei figli. Questa tendenza mina il ruolo dell’insegnante, squalificandone l’autorevolezza e trasformando ogni scelta didattica in un campo di battaglia ideologico. Se ogni attività scolastica deve essere sottoposta al vaglio e alle polemiche di genitori che si sentono sempre in diritto di interferire, diventa impossibile insegnare. Un atteggiamento del genere è il miglior viatico per crescere figli disadattati, incapaci di confrontarsi con regole, contesti e realtà diverse dalla propria bolla familiare.
Resta il fatto che, in questa vicenda, le prime a perdere sono proprio le ragazze coinvolte, private di un’esperienza culturale e didattica preziosa a causa di un’interpretazione distorta del concetto di libertà e inclusività. Un caso che dovrebbe far riflettere sul ruolo dell’educazione e sui limiti dell’ingerenza genitoriale nelle scuole.